Mario Bobic e l’esperienza pastorale in San Salvario: “i salesiani esistono per dare la possibilità di rispondere al progetto di Dio”

Cosa vuol dire Don Bosco in San Salvario? Ecco la testimonianza di Mario Bobic, 35 anni, croato, laurea ingegneria meccanica, già diacono della congregazione salesiana che il prossimo 23 giugno sarà ordinato sacerdote nella Cattedrale di San Vito, a Fiume, in Croazia. In questo video racconta l’esperienza pastorale salesiana nel quartiere di San Salvario, a Torino, dove ha trascorso gli ultimi 2 anni di formazione tra l’Oratorio San Luigi dove ha prestato servizio, la Movida Spirituale in Largo Saluzzo e gli studi teologici alla Università Pontificia Salesiana – Crocetta previsti dal percorso formativo salesiano.

La prima volta che ho sentito la voce di Dio avevo 12 anni, frequentavo le medie, facevo il chierichetto, non badavo tanto a questo sentimento. Ho sempre però cercato di mantenere la vocazione donando la mia vita agli altri. Prima di diventare salesiano, mi sono laureato in ingegneria meccanica, la mia vocazione è così potuta maturare piano piano. Essendo poi figlio unico, diventa più difficile, i familiari e le loro aspettative sul futuro dei figli, si sa, per cui la risposta alla vocazione ha tardato ad arrivare. Fortuna che accanto a me ho avuto sempre ottime e valide guide spirituali che mi hanno accompagnato nel mio cammino di ricerca.
Sono stato tanti anni fidanzato con una ragazza ed è proprio questo sentimento che mi ha portato ad accettare la mia vocazione, perché ho scoperto cosa significa veramente amare qualcuno e donare la vita a e per qualcuno. Perché prima di chiederti cosa vuoi davvero essere, fare, è importante, più di tutto, comprendere e sentire che sei amato da qualcuno.  Proprio da questa esperienza di amore incondizionato mi sono deciso a donare la mia vita incondizionatamente per gli altri. La molla che mi ha portato a conoscere più da vicino il mondo salesiano è stata l’esperienza di dolore che ha vissuto un mio compagno delle superiori che durante la guerra ha perso il papà, per aiutare i fratellini più piccoli ha dovuto lasciare la scuola ed è andato a lavorare.
E lì mi sono posto questa domanda:  “com’è possibile che un ragazzo a cui Dio ha dato certi doni, che ha un talento, non può usarlo, svilupparlo?”. Adesso lavora, è sposato, ha due figli, ma in quel momento è stata dura per lui perdere il padre, interrompere gli studi per andare a lavorare. Dopo ho incontrato nella mia vita i salesiani: ad un direttore della casa salesiana ho chiesto una volta: “ma perché esiste l’ordine dei salesiani?” E lui: “i salesiani esistono nel mondo per dare la possibilità a tutti di rispondere al progetto di Dio”. Ecco, per questo mi sono fatto salesiano.
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All’Oratorio Santi Pietro e Paolo è festa di fine anno per la sportiva Auxilium di Torino

Venerdì 8 giugno, all’Oratorio Santi Pietro e Paolo in via Giacosa 8, nel quartiere di San Salvario, a Torino, si è svolta la festa di fine anno della società sportiva Auxilium San Luigi, con la cena condivisa e la premiazione dei gruppi sportivi presenti alla serata: la squadra di basket, il gruppo di Introduzione al calcio, i due gruppi di calcio Under 12, i tre gruppi di calcio Under 14, le categorie Allievi, Juniores, e il gruppo di volley.

Tra i ringraziamenti e i vari interventi che si sono alternati durante la serata, ha preso anche la parola Don Mauro Mergola, parroco della Chiesa Santi Pietro e Paolo, e presidente dell’A.S.D. Auxilium San Luigi, che così ha commentato:

Voglio rivolgere un grazie particolare a tutti coloro che volontariamente si sono messi a servizio dei 200 ragazzi che hanno scelto l’A.S.D. Auxilium San Luigi per fare sport. Sono 25 gli adulti che oltre il loro lavoro, il loro impegno di famiglia hanno dedicato tempo per i ragazzi con l’animo di chi desidera vedere i ragazzi crescere con piedi buoni, se giocano a calcio, o mani buone se fanno pallavolo o basket, collegando insieme testa e cuore. La testa per l’intelligenza impegnata anche nello studio e un cuore capace di costruire relazioni. Su quest’ultimo aspetto pongo l’attenzione.

L’altro aspetto su cui vogliamo puntare è lo stare insieme. L’esperienza dell’A.S.D. Auxilium San Luigi è un’esperienza di oratorio e soprattutto di comunità, affinché tutte le squadre si sentano parte di una realtà comune. Il terzo elemento da evidenziare è: corresponsabilità. In Oratorio non si vende un servizio ma si propone un progetto in cui ciascuno mette a disposizione, le proprie competenze e la propria disponibilità per il bene di tutti, affinché i ragazzi si accorgano che tra salesiani, educatori, allenatori, famiglie c’è un’alleanza educativa, perché la vera squadra è, appunto, la comunità.

Presente alla premiazione anche Andrea Bertolino, direttore sportivo dell’A.S.D. Auxilium San Luigi che riferendosi alla società, si dice molto soddisfatto per le performance delle squadre, e sopratutto per la crescita in numeri e opportunità della società dal 2011, anno di nascita, ad oggi:

L’Auxilium è una realtà oramai molto consolidata qui a San Salvario: quando siamo partiti con questo progetto, nel 2011, eravamo solo 3 piccole squadre, adesso possiamo vantare 12 squadre in tutto, poco più di 200 ragazzi, in una fascia d’età compresa tra i 6 anni e i 18 anni (i giocatori del basket quasi tutti maggiorenni) che vengono seguiti da una rosa di 23 allenatori. E oramai, lo dico con fierezza, i numeri sono questi già da alcuni anni.

I risultati sportivi non mancano, siamo andati persino a Roma a disputare le finali del torneo al CSI (Centro Sportivo Italiano), ma la soddisfazione maggiore è la possibilità che diamo a tutti questi ragazzi di poter praticare un’attività sportiva in ambienti sani. Soprattutto a quei ragazzi in difficoltà che per svariate ragioni non potrebbero permettersi economicamente di praticare uno sport, a cui provvediamo noi, a spese nostre e con gli aiuti delle altre famiglie, ad acquistare scarpe, maglie e l’attrezzatura necessaria.

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Blocco dei fondi regionali per l’Oratorio: a La Voce e Il Tempo parla Don Mauro Mergola: “Così si nega l’inclusione per i più disagiati”

Sul quasi azzeramento del fondo regionale per gli Oratori è intervenuto Don Mauro Mergola, salesiano che gestisce la missione oratoriana nel quartiere multietnico di San Salvario, che al settimanale La Voce e Il Tempo ha spiegato quanto sia difficile, con i fondi regionali bloccati all’anno 2014-2015, operare nei quartieri di periferia segnati dall’emergenza e farsi carico delle fatiche di tanti nuclei familiari che non possono persino permettersi di pagare la quota di iscrizione all’oratorio estivo, che è un’occasione per avvicinare le famiglie in difficoltà e iniziare con loro un percorso di sostegno e accompagnamento.

LA VOCE E IL TEMPO, edizione del 7 Giugno 2018. Articolo a cura di Stefano DI LULLO

Quasi azzerato il fondo regionale per gli Oratori

Risorse al lumicino –  La legge prometteva 1 milione di euro, invece nel 2017 ne sono stati stanziati 333 mila e non sono stati ancora erogati. Per il 2018 tutto tace. E gli Oratori Estivi per farsi carico delle famiglie in difficoltà economiche che non possono pagare le quote di iscrizione si affidano alle collette di solidarietà. Parlano i preti di periferia

Proprio nei giorni in cui si intensifica l’attività degli oratori, luoghi di frontiera e integrazione, che lungo tutto l’anno portano avanti progetti sociali in quartieri e comuni torna a far discutere l’odissea burocratica che ormai da anni coinvolge parrocchie, associazioni oratoriane, la Pastorale giovanile della diocesi e l’associazione Noi Torino in relazione all’erogazione dei fondi relativi alla legge regionale 26/2002 sugli oratori.

Nelle casse degli oratori non arriva un centesimo dalla Regione da tempo. I contributi sono bloccati dall’anno pastorale 2014-2015. Gli ultimi fondi versati riguardano, infatti, il saldo dei progetti relativi al 2014-2015.

La legge, dopo uno stallo, è stata rifinanziata per l’anno 2016-2017 con uno stanziamento di  «quattro dodicesimi», ovvero un terzo dei contributi erogati in passato che ammontavano a poco più di un milione di euro. Si tratta nello specifico di 333 mila euro che dovranno essere suddivisi fra le diverse confessioni ed enti di culto che portano avanti attività di oratorio in tutto il Piemonte. «Si tratta di briciole», sottolinea don Luca Ramello, direttore della Pastorale giovanile diocesana, «che rischiano di essere ulteriormente frammentate e dispersi fra i vari progetti, considerando anche le capziose procedure burocratiche per la presentazione dei bandi».

Ed ecco che la Pastorale giovanile regionale e la Noi Torino hanno stabilito di investire la cifra su progetti diocesani. Per l’anno pastorale 2017-2018 la presentazione dei progetti è di nuovo bloccata.

Anche l’Arcivescovo Nosiglia nelle scorse settimane è intervenuto scrivendo al presidente della Regione Sergio Chiamparino e all’assessore alle Politiche sociali Augusto Ferrari. Dal Palazzo della Regione è stata sempre manifestata disponibilità al dialogo, ma non è arrivata alcune risposta, solo ulteriori promesse e rinvii. Tutto tace. In sostanza, come informano dalla Regione, lo stanziamento dei fondi dipende dall’assestamento di bilancio.

«Si tratta di fatto di una legge vuota», sottolinea don Stefano Votta, presidente della Noi Torino, «che ormai esiste solo sulla carta (e sulle promesse), ma di cui gli oratori e le diocesi non possono far conto per strutturare le diverse attività sociali sul territorio».

 

 Oratori estivi mobilitati per chi fatica

Con il termine delle lezioni scolastiche diventa sempre più imponente ed essenziale l’impegno di circa 200 oratori mobilitati in tutta la diocesi torinese nei mesi estivi con migliaia di educatori, animatori e volontari, giovani e adulti per settimane all’insegna della crescita e della condivisione con lo stile educativo dell’oratorio. Soprattutto sono le parrocchie a farsi carico delle fatiche di tanti nuclei familiari che non possono permettersi di pagare la quota di iscrizione, una cifra contenuta rispetto ai centri estivi comunali che gli oratori chiedono per la copertura parziale delle spese organizzative.

Ed ecco la gara di solidarietà per recuperare fondi in modo da non lasciare nessuno per strada ed offrire a tutti, in particolare nei quartieri di periferia segnati dall’emergenza, l’opportunità di crescita anche in vista di scelte per il proprio futuro. Non si tratta solo delle ordinari attività aggregative: gli oratori aprono anche alla sera e nei week-end per giovani e famiglie che non frequentano le parrocchie, numerosi i progetti che favoriscono l’inclusione dei disabili, dei migranti, dei ragazzi svantaggiati.

San Salvario 

Nel quartiere multietnico gli oratori Santi Pietro e Paolo e San Luigi affidati ai Salesiani organizzano 9 settimane di estate ragazzi con circa 250 iscritti. Don Mergola in merito ai contributi erogati dall’Ufficio Pio auspica l’istituzione di un Tavolo di confronto in cui possano sedere anche i centri estivi che offrono il servizio, che aggiunge:

Dobbiamo reperire oltre 4.000 euro per le famiglie in difficoltà, abbiamo dunque da un parte avviato il progetto solidale ‘Adotta un bambino per l’estate’, dall’altra chiediamo alle famiglie di contribuire al progetto estivo con un proprio servizio in base alle proprie competenze (decoratore, pulizie …). L’iscrizione all’oratorio estivo diventa occasione per avvicinare le famiglie in difficoltà e iniziare con loro un percorso di sostegno e accompagnamento.

LA STAMPA, edizione del 9 Giugno 2018. Articolo a cura di Maria Teresa MARTINENGO

LA VOCE E IL TEMPO, edizione del 25 Giugno 2018. Articolo a cura di Stefano DI LULLO

 

Il Gruppo anziani del SS. Pietro e Paolo va in vacanza. Il Parroco: “annata positiva, arrivederci a settembre!”

Giovedì 7 giugno 2018 si è conclusa l’attività del gruppo anziani della Parrocchia Santi Pietro e Paolo. La giornata è cominciata con la Santa Messa di ringraziamento e il sacramento dell’unzione agli infermi per gli anziani e gli ammalati, a cui è seguito il pranzo al ristorante “Il Parin” di via Ormea, in San Salvario. Don Mauro Mergola che ha accompagnato il Gruppo Anziani nel percorso annuale di fede così commenta:

È stato un anno pieno di soddisfazioni e ricco di attività. Mi sento di fare un ringraziamento speciale alle animatrici del gruppo Giuseppina, Andreina e Loredana. Durante l’estate il cammino degli anziani continuerà in Parrocchia con i momenti di preghiera. Mi auguro che si continui a segnalare la presenza di ammalati, allettati o anziani soli e impossibilitati a frequentare la chiesa affinché noi sacerdoti possiamo recarci da loro, assicurando i sacramenti.

Le attività riprenderanno da settembre, ogni giovedì dalla 15 alle 17 con i consueti momenti culturali, ricreativi e le uscite fuori porta proposte dalla Circoscrizione per la terza età.

Il Reportage: “Una vita a misura di minore” grazie all’accoglienza al San Luigi di Torino

Minori stranieri non accompagnati e giovani adulti in Italia: le storie, i numeri, l’accoglienza, perchè sono partiti e quello che hanno vissuto in viaggio. Su questo e altro cerca di rispondere il giornalista Giovanni Godio con il reportage “Una vita in minore” pubblicato, giovedì 31 maggio 2018, sulla rivista “Dimensioni Nuove”, edita dalla casa editrice salesiana Elledici, di cui pubblichiamo di seguito un breve stralcio:

I ragazzi ospiti della comunità per minori stranieri non accompagnati (sigla social-burocratese MSNA) dell’Oratorio San Luigi oggi sono 15 e sono arrivati sotto le Alpi, oltre che da Somalia ed Egitto, dal Marocco, dal Senegal, dall’Albania, dalla Costa d’Avorio e dal lontano Pakistan. «Insomma, una succursale del Palazzo di Vetro dell’ONU», scherza don Mauro Mergola, salesiano, direttore del San Luigi, parroco della vicina parrocchia dei SS. Pietro e Paolo nonché affidatario di questi ragazzi.

Missione fiducia

La comunità è stata aperta su richiesta dell’ufficio Minori stranieri del Comune, oggi fa parte della rete dei progetti del Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (lo SPRAR). E, in collaborazione con i centri di formazione professionale e con quelli per l’istruzione-formazione di giovani e adulti (i CPT), ma anche grazie al valore aggiunto delle attività dell’oratorio che la ospita, di certo non si accontenta di offrire un pranzo, una cena e un letto.

«Lavoriamo per accompagnare questi ragazzi verso l’autonomia, non solo lavorativa, in un cammino di integrazione che li aiuti a capire che non tutto gli è dovuto ma, soprattutto, che li aiuti a sentirsi veramente accolti e stimati, nello stile di don Bosco – spiega don Mauro – . Sono partiti sentendosi adulti, hanno superato mille traversie, poi qui in Italia sono stati accolti come ragazzini. In realtà sono adolescenti, in fondo come tutti gli altri. Sono arrivati con la loro cultura e senza genitori, hanno incontrato il nostro Paese “ricco”, con le sue luci e le sue contraddizioni.

E intanto sulle loro spalle pesa, in un modo o nell’altro, il debito di chi in patria ha investito per il loro viaggio: a volte le famiglie si aspettano subito delle rimesse, a volte quando i ragazzi iniziano a guadagnare qualcosa si sentono in dovere di spedire tutto laggiù, anche se qui non è certo facile mantenersi… Però qui, fin dall’inizio, la cosa più difficile per loro è conquistarsi fiducia. E trovare qualcuno di cui fidarsi: noi, le istituzioni, oppure lo “zio” o i connazionali che magari ti dicono “non farti incastrare in comunità”, o “prendi solo quello che ti serve”?».

Il progetto di Housing Sociale

Nella parrocchia di don Mergola (ci troviamo nel “quartiere multietnico” di San Salvario) è partito nello scorso autunno il cantiere per una residenza di co-housing , cioè con spazi privati e comuni. Per periodi di 18 mesi accoglierà 14 giovani, fra cui alcuni neo-diciottenni del centro di accoglienza del San Luigi, proprio per accompagnarli meglio verso l’autonomia e il lavoro nel difficile giro di boa della maggiore età. Gli altri ospiti, in un mix pensato per creare scambio e relazione fra diverse situazioni di vita, saranno studenti universitari fuori sede, italiani e immigrati. I lavori per la “San Salvario house”, frutto della collaborazione fra Salesiani, Diocesi e Comune (con il finanziamento della Compagnia di San Paolo), termineranno entro questo mese di maggio.

«Ai ragazzi – ha sottolineato don Mauro – chiederemo di aderire a un progetto educativo in cui si impegnano a versare una quota mensile, a condividere spazi e attività, a raggiungere i loro obiettivi di studio e di lavoro, ma anche a fare un po’ di volontariato nei servizi della nostra comunità».

Leggi il reportage integrale:

A San Salvario non solo abiti alla moda per la sfilata “La Stoffa dell’Amore”

Sabato 2 giugno, ore 22.30. La piazza ottagonale di Largo Saluzzo, nel quartiere multietnico di San Salvario, comincia a riempirsi di giovani pronti a vivere il consueto appuntamento con la movida al sabato sera. Dal portale spalancato della Chiesa di Santi Pietro e Paolo questa sera però corre una passerella su cui un gruppo di quattro giovani ventenni si appresta a dare il via ad uno spettacolo di moda “controcorrente” dove non è importante l’abito che sfila, ma la ragazza che lo indossa, aprendo un confronto tra palco e piazza, intorno alle tematiche dell’amore e delle relazioni.

Ha così inizio “La Stoffa dell’Amore”, la sfilata di moda inserita nelle attività salesiane della Movida Spirituale, pensata e voluta da don Mauro Mergola, parroco salesiano della Parrocchia dei SS. Pietro e Paolo, momento che permette di accogliere molti giovani in uno dei luoghi di aggregazione privilegiati della vita notturna della città di Torino, attraverso incontri e colloqui affiancati a momenti di preghiera, opere di sensibilizzazione ed educazione civica e ambientale. La sfilata è organizzata in collaborazione con l’associazione Turris Eburnea, realtà che da anni usa il linguaggio della moda e dell’eleganza, per generare un confronto creativo tra i giovani intorno a tematiche come l’amore, la donna, il linguaggio del corpo e le relazioni.

“Nel corso degli anni ho imparato che ciò che è importante in un abito è la donna che lo indossa“: con Yves Saint Laurent apre la passerella Antonia, giovane milanese che lavora nell’event management, che aggiunge:

Questa sera sfateremo il mito che l’abito non fa il monaco, ci renderemo conto della potenza comunicativa del nostro abbigliamento e della percezione che gli altri hanno di noi attraverso ciò che indossiamo. Parleremo di amore e di coraggio ma anche di perdono. Della vera eleganza, che come dice Dior, deve essere la giusta combinazione di distinzione, naturalezza, cura e semplicità. Fuori da questo, credetemi, non c’è eleganza. Solo pretesa.

Comincia dunque la sfilata delle modelle, cadenzata da citazioni e riflessioni dei ragazzi della Turris Eburnea che dialogano con i giovani della piazza su varie tematiche, sul linguaggio del corpo e sull’importanza di costituire oggi più che mai solide relazioni che durino nel tempo, come spiega Henriette, studentessa ventiduenne di design della moda al Politecnico di Milano:

La relazione d’amore tra un uomo e una donna può essere paragonata al processo di creazione di un abito su misura, dall’idea alle finiture, passando per la scelta della stoffa, cioè della persona con cui cucire la relazione. Quindi, se io ho del jersey e ho in mente di fare un cappotto rigido per quanto posso mettermi a stirarlo non funziona, ed è meglio se lo uso per cucire una maglietta. Insomma, se in una relazione le cose importanti per ciascuno sono opposte, o adatto il mio progetto anche sulle esigenze dell’altro, senza trascurare il mio valore, oppure è meglio che trovi qualcuno che ritenga importanti le mie stesse cose!

Sul valore della fedeltà interviene invece Gabriele, studente di medicina a Torino che, riprendendo le parole dello scrittore francese Michel Quoist, spiega:

Essere fedeli non è non smarrirsi, non combattere, non cadere. È rialzarsi sempre e sempre camminare, è voler perseguire fino alla fine il progetto preparato insieme e liberamente deciso.

Gli fa da eco Maddalena, ventiduenne torinese d’origine rumena che sul palco, rivolgendosi al pubblico rivela come:

Noi giovani in questo periodo siamo molto insicuri, abbiamo paura di tutto ciò che non conosciamo, e per questo è molto difficile a volte decidere di intraprendere nuove avventure. Questa paura a volte è cosi forte che ci blocca, e non riusciamo a fare niente di più. Citando i padri oblati, perseverare non significa non inciampare mai, ma sempre rialzarsi e proseguire per la via che è mia, magari zoppa per qualche tempo o per sempre.

E se il vestito si rovina, si sporca o nel peggiore dei casi si strappa? “La prima nostra reazione sarebbe buttare il vestito, come la società contemporanea dell’usa e getta ci suggerisce spesso di fare, dimenticando tutto ciò che ci aveva spinto a comprarlo”, risponde ancora Maddalena, che aggiunge:

Magari ci aveva ricordato qualcosa, c’erano piaciuti i colori. Invece adesso proprio perché ha una macchia o perché è strappato decidiamo di buttarlo, così, come se nulla fosse. È quello che facciamo anche con i rapporti umani, sia con noi stessi che con gli altri. Con noi stessi quando facciamo fatica a perdonarci per aver commesso un errore. Oppure quando facciamo qualcosa che ci fa apparire in modo diverso agli occhi degli altri. Questo accade molto di più quando sono gli altri ad essere giudicati, è facile provare a giudicare qualcuno. Ci basta evidenziare qualcosa che non ci convince fin da subito. Perchè è diverso da noi e siamo subito pronti a giudicare.

Urge allora riscoprire un mestiere che fino a qualche tempo fa era molto diffuso, soprattutto tra le donne, e che oggi rischia l’estinzione, cioè quello del sarto, come ricorda Gabriele, che aggiunge:

Di fronte ad un abito rotto il sarto fa dei lavori straordinari, sa trasformarlo. È sempre lo stesso abito, ma il sarto può renderlo davvero diverso, seppur mantenendo la sua unicità. Questo sarto noi lo chiamiamo Misericordia. Un abito dunque, anche se rotto, può essere sempre riparato. Così una relazione, se faccio uso della Misericordia, che devo saper rivolgere prima verso me stesso, verso l’oggi e soprattutto verso il passato, benedicendo la mia storia e soprattutto ogni mia caduta.

Perché non è la caduta, l’errore, ad averla vinta e ad avere l’ultima parola, se io lo voglio: l’ultima parola ce l’ha la riposta che io cerco di dare a questa caduta, la forza che metto nell’affrontare la debolezza che mi fa cadere. E rivolgere il perdono verso di me è la via per poterlo rivolgere anche verso l’altro, chiunque esso sia. Ed ecco che solo nel perdono reciproco una coppia, pur nelle difficoltà che inevitabilmente ci saranno, può trovare la capacità di andare avanti e reinventarsi, qualunque cosa succeda. E ve lo dice uno che è stato perdonato molte volte.

La sfilata di moda si chiude, come da tradizione, con l’uscita in passerella di una modella in abito da sposa, indossato per l’occasione da Greta, giovane arpista da poco laureatasi in lettere, intervistata da Lorenzo, studente di medicina; alla domanda su “quale sia per lei il valore dell’abito bianco” risponde così:

Chi non ha mai sperimentato nella vita, soprattutto in momenti difficili, il desiderio di qualcosa di tutto e solo bello, di una bontà pulita, di un abbraccio puro, integro? Avere questo rapporto con la persona che si ama, amarsi in modo pulito, sincero, fedele, profondo. Ecco cosa rappresentano per me, questo abito e il suo colore. E non si tratta solo di una purezza fisica: è una purezza soprattutto morale, interiore. Il matrimonio è qualcosa di preparato, di vissuto intimamente e profondamente in tutta la sua grandezza e bellezza. È il punto d’inizio di tutto, in una relazione: di una vita nuova in due, tenendosi per mano».

Alla fine i ruoli si ribaltano ed è Greta a rivolgersi all’intervistatore e a chiedergli cosa pensa lui sul matrimonio, che prontamente risponde:

Per me il matrimonio è prendersi l’impegno di tenere la persona che ami per sempre accanto a te, e credo che quel “Qualcuno” che vi ha fatto incontrare, in quel momento, promette di starti sempre accanto, di darti la forza di portare avanti il tuo amore, con bellezza, serenità e pienezza. Sposarsi è dare la vita per un altro, la possibilità di ricominciare sempre insieme.

A San Salvario è IftarStreet: oltre duemila le presenze alla cena di fine Ramadan

Anche quest’anno si è svolto a Torino l’IftarStreet, nella sua quinta edizione, l’iniziativa più attesa di Ramadan nella città sabauda inserita all’interno del programma Moschee Aperte – Spazio per tutt@. Più di 2 mila partecipanti si sono ritrovati domenica scorsa, dalle ore 20.30, nel quartiere di San Salvario in una tavolata di oltre 125 metri con inizio in via Saluzzo 18 e termine in Largo Saluzzo, davanti alla Parrocchia di Santi Pietro e Paolo e hanno condiviso il pasto serale con la cena di “Iftar”, la rituale rottura del digiuno che sopraggiunge al calar del sole, aperta a persone di ogni provenienza, fede religiosa, cultura, accomunate dal piacere di stare insieme, conoscersi, dialogare.

L’obiettivo principale dell’IftarStreet – ci spiega uno degli organizzatori – è proprio quella di creare un momento conviviale, aperto, nel quartiere di San Salvario, in cui persone di tutta la città di Torino possano vivere l’esperienza di fine digiuno giornaliera, in arabo chiamato Iftar, mangiando in compagnia della comunità islamica.

L’evento nasce nell’ambito del Patto di Condivisione firmato nel 2017 dalla Città di Torino e dai Centri islamici, come importante segnale di apertura e reciproca fiducia da parte della comunità musulmana e della città nel suo complesso, frutto di un percorso di crescita e di condivisione che la Città promuove da decenni.

All’IftarStreet hanno partecipato i ragazzi della Comunità minori stranieri non accompagnati (MSNA) dell’Oratorio San Luigi di via Ormea, in compagnia del responsabile Don Mauro Mergola che per l’occasione ha lasciato aperta la Parrocchia Santi Pietro e Paolo, di cui è parroco, Davide Ricca, presidente della circoscrizione 8 – San Salvario, che si è detto soddisfatto per una manifestazione che “da 5 anni a questa parte, qui a San Salvario” continua a dare i suoi frutti, in un quartiere multiculturale “dove ci sono 2 moschee e dove tutta la cittadinanza viene invitata a rompere il digiuno insieme alla comunità musulmana. È un evento – ha aggiunto Ricca – che aiuta a comprendere gli usi e i costumi dell’Islam, e che fa dialogare da anni cattolici, musulmani, ebrei, attorno ad una tavola imbandita di prelibatezze arabe. Perchè – si sa – a tavola si può fare solo la pace”.

Presente all’evento anche l’imam Walid della Moschea Omar Ibn Al-Khattab di via Saluzzo 18, nel quartiere di San Salvario, a Torino che ha spiegato come l’Iftar sia un altro modo per conoscere se stessi, con l’esercizio dell’autocontrollo e del digiuno, aggiungendo che:

L’Iftar facilita la convivenza tra la nostra comunità di fede islamica e le altre comunità di credenti presenti in un quartiere vivace come quello di San Salvario. È una manifestazione che organizziamo da 5 anni per comunicare il messaggio che siamo pacifici, fratelli, anche se di credo diverso. Perché prima di tutto siamo umani e, in quanto tali, fratelli. Figli di un unico Padre che è Dio. Questo cerchiamo di trasmettere ogni anno insieme ai fratelli ebrei della Sinagoga e a Don Mauro della Parrocchia Santi Pietro e Paolo.

Concerto in memoria di Andrea Flamini “Gianduja” alla Chiesa SS. Pietro e Paolo

Mercoledì 23 maggio, alla Parrocchia Santi Pietro e Paolo in via Saluzzo 25, nel cuore di San Salvario, si è svolto il concerto in memoria di Andrea Flamini, noto ai più come Gianduja – per aver indossato per più di 50 anni la celebre maschera piemontese – diretto dal maestro Giuseppe Dellavalle, musicista e fondatore, insieme al Flamini, dell’Associassion Piemontèisa‎ – ente che si occupa di portare nel mondo il folklore – con il coordinamento dell’Associazione Culturale Armonia .

Sul presbiterio della Chiesa, durante il concerto in memoria di Andrea Flamini, si sono susseguiti l’Orchestra Il Castello, corale polifonia di Rivoli diretta dal maestro Gianni Padoan, il Coro Arcal Rai/Ensemble di Torino, diretto dal maestro Riccardo Berruto, l’organista Stefano Marino, la soprano Olivera Mercurio, la contralto Mavita D’Urso. La serata, introdotta da don Mauro Mergola, parroco salesiano della Chiesa Santi Pietro e Paolo che ha ospitato l’evento, è stata presentata dalla professoressa Raffaella Portolese, concertista e compositrice.

Il primo brano in programma è stato la piccola musica notturna di Mozart, la serenata in Sol maggiore K 525 – 1° tempo allegro – universalmente nota come Eine kleine Nachtmusik, un notturno per archi scritto dal compositore austriaco Wolfgang Amadeus Mozart nel 1787.

A seguire è stato eseguito l’Ave Maria dall’opera Otello di Giuseppe Verdi, l’Aria sulla Quarta Corda di Richard Bach, l’Adagio di Tommaso Albinoni, Nella Fantasia di Ennio Morricone, eseguita per coro ed orchestra, Laudate Dominum per soprano e coro, Ave Verum per coro di Mozart, Gloria per Soli di Antonio Vivaldi per coro e orchestra, e per finire l’Hallelujah dal Messiah di Handel.

“Parlare di Gianduia – ha introdotto la professoressa Raffaella Portolese – significa parlare dell’uomo Andrea Flamini, perchè lui era Gianduia, non si può dividere, erano la stessa cosa. E parlare di lui cosa significa? Aprire i rubinetti della passione che l’uomo Flamini aveva ereditato da Gianduia, perché tutta la sua vita, il suo cuore, la sua passione era portare nel mondo le tradizioni popolari del patrimonio folkloristico, nel rispetto dei valori, del pluralismo e della libertà culturale. Nel 1989 ha istituito il premio San Giovanni proprio per premiare i personaggi piemontesi che si sono distinti e che hanno portato avanti le tradizioni e la cultura. Premio – ha continuato la professoressa – che negli ultimi anni Flamini ha curato come un figlio, consegnandolo fino alla fine, seppur con la fatica della vecchiaia, con un alito di vita, pur di esserci.”

Ho conosciuto personalmente Andrea Flamini nel 1957, insieme abbiamo fondato – racconta Giuseppe Dellavalle –   l’Associassion Piemontèisa‎, gruppo folkloristico che è resistito fino a qualche mese prima della morte di Gianduia. Per me non era solo un grande uomo, un grande musicista, era molto di più: era un amico. Io sono un premio San Giovanni, l’ultimo, e sono molto orgoglioso per essere stato insignito direttamente da Flamini. Con lui ho ballato, ho cantato, ho provato le voci, ci siamo messi a lavorare insieme e siamo andati avanti. Ad un certo punto le nostre strade si sono divise per impegni lavorativi e ci siamo un po’ persi, poi sono ritornato a Torino e ho collaborato di nuovo con Flamini. Uomo straordinario che ha dato veramente la vita per il folklore e per la musica operistica. Artista conosciuto in Italia e anche all’estero. La storia del folklore dovrebbe essere la storia delle nazioni, del popolo. Perchè si canta in coro, si suona e si balla. Tutti insieme, onorevole e popolano. Senza nessuna distinzione.

“Grazie Gianduia, per tutte le emozioni che ci hai donato, tu sarai sempre con noi. E senz’altro dal tuo punto luce suggerirai ai tuoi dell’Associassion Piemontèisa ancora tanti e tanti progetti”, ha concluso la professoressa Raffaella Portolese davanti ad un pubblico commosso e partecipe.

Al concerto in memoria di Andrea Flammini è intervenuta anche la Viviana Ferrero, consigliere per le Pari Opportunità al Comune di Torino, che ha parlato dell’importanza dell’associazionismo per la salvaguardia di quelle che sono le radici storiche di questa città.

Gruppo Medie: weekend a Solomiac con ritiro per i cresimandi il 26 e il 27 maggio

Il 26 e il 27 maggio i ragazzi del Gruppo Medie dell’Oratorio San Luigi di via Ormea e della Parrocchia Santi Pietro e Paolo, insieme agli educatori e agli animatori,  trascorreranno un campus di formazione a Solomiac, frazione di Cesana Torinese, in Piemonte.

Durante il week-end si svolgerà inoltre il ritiro spirituale per quei ragazzi che si stanno preparando alla cresima, sacramento che riceveranno domenica 3 giugno alle ore 10.30, alla Parrocchia Santi Pietro e Paolo, in presenza del Card. Severino Poletto, arcivescovo emerito di Torino.

Il cammino di preparazione è stato guidato dai catechisti
> Sr Alba Balzano,
> Flavio Picotti,
> Anna Migliardi Misischi,
> Eliana Strona.

I ragazzi che riceveranno il Sacramento, confermando le loro promesse battesimali e ricevendo i doni del Suo Spirito sono: Gianluca Almeida, Roberto Guadamud, Stefano Aloisio, Gabriele Bambara, Giuseppe Bambara, Vanessa Baraka, Maddalena Bizzarri, Marco Blangino, Pietro Bonora, Simone Bravi, Morgan Canale, Davide e Antonio D’Ambrosio, Giovanni Dell’Anna, Greta di Capua, Tommaso Dorna Metzger, Tommaso e Maria Filoni, Ginevra Gallo, Emma Garbaccio, Maria Sole Gardino, Giulia Elettra Genovese, Matteo Geuna, Giovanna Incisa della Rocchetta, Ginevra Maria Lanzetta, Laurence Nà, Mileka Lunanga, Nicolò Marretta, Ferdinando Milani, Pietro Milone, Beatrice Mottigliengo, Niccolo Marretta, Sergio Notario, Massimiliano Odone, Giacomo Palminteri, Virginia Peirolo, Giovanni Pena Caceres, Alberto Perna, Giacomo Palminteri, Raffaele Pezzuto, Fiorella Reyes, Alessia Maldonado, Gabriele Rinaldi, Francesco Rinaudo, Marco Ripa, Omar Sanè, Alessia Simonetta, Paolo Truffo, Pietro Tuninetti. E con loro: Donatella Gentile.

Dalla Liturgia della Pentecoste facciamo nostro il suggerimento a pregare per questi giovani parrocchiani con le parole della Sequenza:

Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce.
Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori.
Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo.
Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto.
O luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa.
Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina.
Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato.
Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi doni.
Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna.
Amen.

 

"Insieme è più bello" con il Gruppo Cresimandi 2018

"Siamo pezzi unici, fatti per stare insieme, costruttori di comunità". Ecco i nostri ragazzi che si stanno preparando in vista della cresima che riceveranno domenica 3 giugno, alla Parrocchia Santi Pietro e Paolo di Largo Saluzzo, in San Salvario.

Publiée par Santi Pietro e Paolo - Torino sur mercredi 23 mai 2018

2/06: tutti in passerella con “La Stoffa dell’amore” in Largo Saluzzo

Sabato 2 Giugno, alle ore 22.30, in Largo Saluzzo, arriva un’iniziativa che strizza l’occhio all’estate e alla movida giovanile che popola San Salvario: “La Stoffa dell’Amore”, una sfilata di moda, inserita nelle attività salesiane della Movida Spirituale, pensata e voluta da Don Mauro Mergola, parroco salesiano della Parrocchia SS. Pietro e Paolo, in collaborazione con l’associazione Turris Eburnea, realtà che da anni si sperimenta con audacia mediante l’utilizzo del linguaggio della moda e dell’eleganza, organizzando incontri pubblici rivolti a ragazzi e ragazze finalizzati alla creazione di un confronto originale e creativo intorno a tematiche come l’amore, la donna, il linguaggio del corpo e le relazioni tra i giovani. La Stoffa dell’Amore – spiega Don Mauro Mergola – sarà un evento importante di condivisione e di  divertimento che abbiamo organizzato come Parrocchia, insieme a Turris Eburnia, associazione che è nata proprio qui in San Salvario nel 1941, per volere di Don Michele Peyron, l’allora vice parroco alla Chiesa Sacro Cuore di Maria.”

“La Stoffa dell’amore”

Sabato 2 Giugno 2018
Largo Saluzzo

Uno spettacolo di “moda controcorrente”, dunque, che intreccerà abiti da sogno, musica e intrattenimento. Qui ragazzi e ragazze potranno confrontarsi, alternando dialogo e gioco, infatti “durante la serata – continua don Mauro – i giovani dell’associazione sensibilizzeranno con delle testimonianze i coetanei della movida sul tema dell’amore, sulla sua scoperta, sul senso del pudore, sul rispetto di sé e dell’altro, attraverso la condivisione di un progetto di vita, in linea con il progetto di don Peyron. L’amore è una cosa bella, importante, che richiede capacità di progetto, responsabilità, custodia e dono di sé. Perché – conclude il parroco salesiano – il corpo non è un oggetto, ma espressione della persona inserita in un progetto più grande, quale quello della vocazione al matrimonio.”

La sfilata di moda si inserisce nell’ambito delle consuete attività della Movida Spirituale al sabato sera davanti alla Chiesa di Santi Pietro e Paolo in largo Saluzzo, momento che permette di accogliere molti giovani in uno dei luoghi di aggregazione privilegiati della vita notturna della città di Torino, attraverso incontri e colloqui affiancati da momenti di preghiera, opere di sensibilizzazione ed educazione civica e ambientale.

Maggiori Info sulla MOVIDA SPIRITUALE

RASSEGNA STAMPA

Si propone una breve rassegna stampa sulla sfilata di moda La Stoffa dell’Amore, inserita nelle attività salesiane della Movida Spirituale, pensata e voluta da Don Mauro Mergola, parroco salesiano della Parrocchia SS. Pietro e Paolo, in collaborazione con l’associazione Turris Eburnea.

 

LA STAMPA, edizione del 30 Maggio 2018. Articolo a cura di Federico CALLEGARO

Nel cuore della movida la sfilata “virtuosa”

L’associazione cattolica Turris Eburnea: “Vogliamo comunicare bellezza attraverso il pudore e il buon gusto”

Una passerella che esce direttamente dal portone della chiesa dei Santi Pietro e Paolo, percorre il sagrato e si ferma nel centro di piazza Saluzzo, il cuore pulsante della movida notturna Torinese e dello svago dei tanti giovani che affollano i locali di San Salvario. Sopra, a sfilare, ragazze che mettono in mostra abiti destinati a esaltare «la bellezza attraverso il pudore della donna, la sua dignità e il suo buon gusto».

Questo sabato sera, a partire dalle 22 e 30, gli avventori della notte torinese si troveranno davanti a una sfilata di moda particolare. Un evento organizzato dall’associazione cattolica «Turris Eburnea» che ha come scopo proporre percorsi di moda alternativi a quelli dei circuiti commerciali e di veicolare messaggi grazie alle sfilate. «È una collezione preparata interamente da noi e affidata a sarti che hanno tradotto in stoffa i nostri disegni – racconta Madin D’Osasco, una delle organizzatrici -. Lo scopo del nostro lavoro è quello di incontrare i giovani attraverso la moda e di offrire alle donne dei capi che comunichino dignità e bellezza attraverso il pudore e il buon gusto. Abiti belli, quindi, che esaltino il valore delle donne ma che raccontino anche qualcos’altro in merito alla virtù».

Il candore e il matrimonio

L’associazione «Turris Eburnea» organizza eventi in tutta Italia ma ma sua storia affonda le radici proprio a Torino. «Nasciamo nel 1941 a Torino per volontà e intuizione di Don Michele Peyron, giovane sacerdote che gestiva la parrocchia del Sacro Cuore di Maria – racconta Madin D’Osasco -. Dalla sua fondazione abbiamo girato il mondo proponendo uno stile di moda, fuori dai circuiti commerciali, che vuole parlare ai giovani di valori». Prima grande differenza tra le sfilate di abiti commerciali e quella di sabato prossimo? «Beh nel primo caso le modelle sono ragazze che si spostano mute, come manichini senza parola, da noi, invece parlano – spiega l’organizzatrice -. Le modelle verranno anche intervistate sul palco e presenteranno quelle che sono le loro opinioni». Al culmine della nottata, poi, ci sarà l’abito che il gruppo ritiene più importante: «Sarà un abito da sposa bianco – spiegano quelli di Turris Eburnea -. Il bianco richiama alla purezza e alla trasparenza nei rapporti e sarà anche occasione per la modella che lo indosserà per parlare del matrimonio come impegno importante e che dura per tutta la vita».

 

IT.ALETEIA.ORG, edizione del 30 Maggio 2018. Articolo a cura di Annalisa TEGGI (clicca qui per accedere alla pagina)

Parlare alle ragazze di affettività attraverso la moda: è la sfida vinta di “Turris eburnea”

La vera eleganza è fortezza e purezza, le giovani che vivono i valori cristiani non sono mosche bianche ma semi di luce. Ecco una storia italiana nata negli anni ’40 che sta girando il mondo.

Ho preso appunti più svelta che potevo, mentre Maddalena mi parlava con grazia e piena di entusiasmo. Amo le etimologie, perché illuminano la realtà: siamo smemorati cronici e riscoprire l’origine di una parola può cambiare il nostro modo di agire. Lo sappiamo che «moda» deriva dal latino «modus», cioè misura, equilibrio? E che «eleganza» viene da «eligo», vale a dire «saper scegliere»?

La scelta presuppone un protagonista, invece nel gergo comune è diventato frequente definirsi fashion victims, vittime della moda; le modelle stesse, quelle della cosiddetta haute couture, somigliano sempre più a malinconiche malate di insensatezza e nichilismo. Stravaganti anoressiche con lo sguardo fisso nel vuoto.

Che ne è della donna? Che ne è del messaggio di felicità, bene, affetto che s’accompagnano con naturalezza alla femminilità? Eccomi allora, a orecchie tese e scrittura veloce, ad ascoltare da Maddalena D’Osasco (responsabile della sede di Milano di Turris eburnea) una storia tutta italiana, cristiana e dedicata alla formazione dell’anima delle ragazze attraverso la moda.

Torino anni ’40, Italia e mondo anni 2000

La storia di quest’avventura che si fa opera inizia a Torino negli anni ’40 e ha come protagonista Don Michele Peyron, giovane parroco che nel Piemonte respira l’aria fresca del messaggio di Don Bosco e in quanto anche avvocato tocca con mano le ferite delle coppie sposate.
Intuisce che occorre parlare coi giovani di cosa sia il matrimonio realmente, capisce che bisogna farlo quando sono molto giovani, avverte che la donna sia il perno su cui puntare. Mi spiega Maddalena:

Formando la donna in profondità, di riflesso si forma l’uomo. Don Peyron pensava che la moglie fosse «l’autista» della vita coniugale ed il suo concetto altissimo della femminilità fu profetico, pensando alla successiva venuta dell’enciclica Mulieris Dignitatem e alla lettera di San Giovanni Paolo II alle donne.

Come riuscire ad avvicinare e coinvolgere le adolescenti, soprattutto quelle che non gravitavano attorno alla parrocchia? Ci voleva qualcosa di simpatico ed attraente, e qui il ricordo va ai giochi di prestigio usati da Don Bosco per divertire i ragazzi. Una chiave di accesso al mondo femminile poteva essere la moda.
Proposta azzardata, erano gli anni ’40, ma è un percorso che Don Michele intraprende confrontandosi dapprima con Don Giovanni Calabria e poi col Papa.

Col beneplacito del Pontefice ha inizio un’opera che è cresciuta fino ad oggi: si chiama Turris eburnea, perché Peyron affidò a Maria l’impresa, scegliendo quella voce delle litanie che la lodano come torre d’avorio. La fortezza della torre e la purezza dell’avorio, questi i capisaldi della donna da diffondere e salvaguardare.

Da Torino il viaggio di Turris eburnea ha toccato altre città italiane e straniere: oggi ci sono quattro sedi italiane (Torino, Genova, Milano, Roma) e gli eventi sono stati portati in tutto il mondo (Giappone, Nordafrica, Cina, Mongolia, tutta Europa, Australia, Sudamerica).

Sfilate di moda fatte di bellezza, sorrisi, parole

L’attività di Turris Eburnea, che è senza fine di lucro, ruota attorno all’organizzazione di sfilate di moda che siano occasioni di dialogo sui temi  delle relazioni affettive. Un gruppo di adulti si occupa di realizzare due collezioni all’anno ispirate all’idea di bellezza e di eleganza che rispettino il corpo della donna. Gli abiti realizzati non vengono venduti, ma sono lo strumento per realizzare sfilate di moda che si svolgono nelle sedi dell’associazione e in giro per l’Italia e nel mondo, su richiesta degli enti che lo desiderano.

La sfilata è l’evento principale, fatta da modelle giovani per un pubblico giovane: le ragazze percorrono la passerella sorridendo (cosa vietata nel mondo patinato della cosiddetta alta moda!) e con un microfono in mano. Spiega Maddalena:

Non sono manichini, sono voci che parlano e raccontano. Parlano della bellezza e da lì delle relazioni affettive; poi l’arrivo dell’abito da sposa dà lo spunto per parlare del significato del colore bianco e del valore del matrimonio.

Nonostante la proposta sia dichiaratamente cattolica, molte sfilate all’estero sono state fatte in paesi stranieri in cui la presenza cristiana è minoritaria. Per due volte a Tokyo presso il teatro Hokkaido (5000 posti) hanno registrato il tutto esaurito; a Istanbul hanno sfilato di fronte alle studentesse di una scuola a prevalenza musulmana; di recente l’approdo in Mongolia dove i cristiani sono circa il 2%.

Un paradosso sensato: essere entusiaste nel presente, ma ispirate da valori antichi

La moda è quanto di più effimero e leggero si possa immaginare, apparentemente. Maddalena mi racconta un episodio significativo accaduto durante una sfilata di Turris eburnea in Cina:

Una giornalista non si capacitava del fondamento paradossale della nostra esperienza e ci chiedeva come fosse possibile presentare abiti la cui foggia e ispirazione è di estrema attualità, fondendoli con la proposta di valori antichi e da molti giudicati superati (la castità, la purezza, la fedeltà).

L’aspetto tipicamente cristiano di questa presenza è proprio il dialogo che si offre al pubblico, dopo la sfilata. È una proposta che si fa subito compagnia, per chi vuole. Molte ragazze vedono lo spettacolo e si rincuorano non sentendosi più mosche bianche dentro un mondo che venera la sessualità libera e i rapporti usa e getta; altri fanno spallucce e salutano.

La stoffa dell’amore, tutti in piazza a Torino il 2 giugno

Per chi voglia vedere dal vivo cos’è Turris eburnea c’è l’occasione giusta: sabato 2 giugno in Largo Saluzzo a Torino si svolgerà una sfilata intitolata La stoffa dell’amore. Maddalena la definisce una delle imprese più audaci che hanno fatto, si tratta di mettersi al centro del luogo della movida torinese e amplificare un messaggio controcorrente in sintonia con una parrocchia del luogo che da anni organizza una «movida spirituale» (la chiesa resta aperta tutta la notte con all’interno un gruppo di giovani che cantano davanti al Santissimo e ad accogliere chiunque voglia entrare).

Sabato prossimo questo evento si propagherà fuori dalla chiesa con la sfilata delle ragazze di Turris eburnea che faranno dono ai presenti di piccoli pezzi di stoffa decorati con parole inerenti il senso più profondo dell’amore.

Si fa così, si getta un sassolino nel mare. Qualcuno lo vedrà, qualcuno girerà gli occhi.
Da mamma di bambini che stanno crescendo, sono confortata dal sapere della presenza di questa compagnia all’affettività che i nostri adolescenti, soprattutto le ragazze, possono incontrare: come intuì Don Peyron è importante cominciare presto, dalla scuola media, a formare l’anima di una persona.

Da giornalista, riesco a guardare con meno paura la cronaca nera, dominata da tragedie familiari sempre più cruente, sapendo che c’è chi con passione all’ideale cristiano, gratuità totale e sana follia si prende il coraggio di piantare il seme del Bene e della chiamata al bene nel cuore dei nostri figli.

LA VOCE E IL TEMPO, edizione del 27 Maggio 2018. Articolo a cura di Marco LONGO